Coraggio, sono io, non abbiate paura!

Coraggio, sono io, non abbiate paura!

Tratto da https://www.aldomariavalli.it/2026/08/09/meditazioni-9-agosto-2026/amp/

Questo Vangelo ci mette davanti a una barca che si trova in mezzo al mare, lontana dalla terra e agitata dalle onde, perché il vento è contrario. Questa barca è la nostra vita. Anche noi siamo saliti su una barca pensando di poter raggiungere tranquillamente l’altra riva, ma a un certo momento abbiamo incontrato il vento contrario. Sono arrivati avvenimenti che non avevamo scelto: una malattia, una crisi familiare, una delusione, un fallimento, la solitudine, la paura del futuro, forse persino la morte di una persona cara. E allora ci siamo domandati: dov’è Dio? Perché mi ha lasciato entrare in questa tempesta? Perché non interviene?

Il Vangelo dice che è Gesù stesso a costringere i discepoli a salire sulla barca. Questo è importante: essi non si trovano nella tempesta perché hanno disobbedito, ma proprio perché hanno obbedito. Molte volte pensiamo che, se Dio ci ama, dovrebbe evitarci ogni sofferenza. Invece il Signore permette che attraversiamo il mare perché vuole condurci all’altra riva. Non vuole distruggerci, ma manifestarci chi siamo e, soprattutto, chi è lui.

Mentre i discepoli lottano contro il vento, Gesù è sul monte a pregare. Apparentemente è lontano, ma non li ha dimenticati. Anche quando non lo vediamo, Cristo intercede per noi. Tu puoi pensare che Dio ti abbia abbandonato, perché la notte è lunga e la barca sembra sul punto di affondare; eppure il Signore ti vede. Conosce la tua fatica, il tuo peccato, le tue paure e quelle lacrime che forse nessuno ha mai visto. Egli non è indifferente alla tua sofferenza.

Gesù giunge sul finire della notte. Non arriva quando i discepoli avrebbero voluto, ma nel momento stabilito da Dio. Arriva quando ormai le forze umane sembrano esaurite. E viene camminando proprio sopra ciò che li terrorizza. Il mare, nella Scrittura, rappresenta spesso il caos, il pericolo e la morte. Gesù cammina sul mare perché ha potere su tutto ciò che minaccia l’uomo. Quello che per te è un abisso, per Cristo è una strada. Quello che sembra destinato a sommergerti può diventare il luogo nel quale il Signore viene a incontrarti.

I discepoli, vedendolo, gridano: «È un fantasma!». La paura impedisce loro di riconoscere il Salvatore. Anche noi, molte volte, interpretiamo male gli avvenimenti. Vediamo un nemico là dove Dio sta preparando una salvezza. Consideriamo una disgrazia ciò attraverso cui il Signore vuole venirci incontro. La sofferenza ci può dare un’immagine falsa di Dio: pensiamo che sia un fantasma, qualcuno che ci spaventa, un giudice venuto a condannarci. Ma Gesù parla e dice: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Letteralmente, quel «sono io» richiama il nome stesso di Dio. È come se Cristo dicesse: «Io sono qui. Io sono il Signore. Non sei solo. La tua storia non è nelle mani del caso, del vento o della morte: è nelle mie mani».

Questa è la buona notizia: Dio è entrato nella nostra notte. Gesù Cristo ha preso su di sé il vento contrario del nostro peccato, è entrato nelle acque della morte ed è risorto vittorioso. Non è rimasto lontano sul monte, ma è disceso fino alla nostra condizione. Ha conosciuto il rifiuto, il tradimento, l’angoscia e la croce. È entrato nell’abisso affinché nessun uomo possa più dire: Dio non sa quello che sto vivendo. Cristo lo sa. È passato di lì e ha aperto una strada attraverso la morte.

Pietro allora dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Pietro non chiede semplicemente di compiere un prodigio. Chiede di poter andare verso Gesù. Ed è la parola di Cristo che rende possibile l’impossibile: «Vieni!». Finché Pietro si appoggia a quella parola, cammina sopra le acque. Non cammina perché è forte, perché possiede qualità straordinarie o perché non prova paura. Cammina perché Cristo lo ha chiamato. La fede non consiste nel sentirsi forti, ma nell’appoggiarsi alla parola di colui che ci chiama.

Anche a te il Signore dice: «Vieni!». Vieni fuori dalle tue sicurezze, dalle difese che hai costruito, dalla necessità di controllare ogni cosa. Vieni verso di me. Non guardare soltanto le acque, non misurare tutto partendo dalla tua debolezza. Se guardi esclusivamente te stesso, dirai: non posso cambiare, non posso perdonare, non posso ricominciare, non posso sopportare questa croce. Ed è vero: con le tue sole forze non puoi. Ma Cristo non ti chiede di camminare sulla base delle tue forze. Ti dona una parola e, insieme alla parola, ti offre la grazia per compierla.

Pietro, però, vede la violenza del vento, si spaventa e comincia ad affondare. Pietro non affonda perché il vento diventa improvvisamente forte: il vento era già forte prima. Affonda quando distoglie lo sguardo da Cristo e guarda soltanto al pericolo. Qui è rappresentata la nostra esperienza. Ascoltiamo la parola di Dio, iniziamo un cammino, desideriamo perdonare e confidare nel Signore; poi guardiamo le difficoltà, le nostre ferite e i nostri peccati e ricominciamo ad affondare.

Ma proprio nel momento in cui affonda, Pietro pronuncia una preghiera breve e autentica: «Signore, salvami!». Questa è la preghiera del povero. Non contiene ragionamenti né giustificazioni. Pietro non dice: Signore, io merito di essere salvato perché ho lasciato la barca. Grida semplicemente perché sta morendo. Forse anche tu oggi non riesci a fare lunghe preghiere. Forse puoi soltanto gridare: Signore, salvami! Salva il mio matrimonio, salva mio figlio, salvami dal peccato, dalla disperazione, dal rancore, dalla paura della morte. Questo grido è già una preghiera di fede.

Il Vangelo dice: «E subito Gesù tese la mano, lo afferrò». Subito. Prima ancora di rimproverarlo, lo salva. Questa è la misericordia di Dio. Il Signore non aspetta che Pietro impari a camminare perfettamente sulle acque. Non gli impartisce una lezione mentre sta annegando. Prima lo afferra, poi gli parla. Così Dio agisce con noi: non ci ama perché siamo già diventati buoni; ci salva mentre siamo peccatori. Cristo è morto per noi quando eravamo suoi nemici. La mano tesa di Gesù è l’immagine della sua Pasqua: il Figlio di Dio entra nella nostra morte, ci afferra e ci trae fuori dall’abisso.

«Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Gesù non vuole umiliare Pietro. Gli mostra il punto nel quale ha smesso di appoggiarsi a lui. La poca fede non significa non possedere sentimenti religiosi; significa dubitare dell’amore di Dio quando il vento è contrario. Quando tutto va bene è facile dire che Dio ci ama. La fede viene provata quando gli avvenimenti sembrano affermare il contrario. È allora che Cristo ci domanda: credi che io ti ami anche dentro questa storia? Credi che non ti abbandonerò? Credi che posso trarre la vita persino da ciò che oggi ti appare come una morte?

Gesù sale sulla barca e il vento cessa. Ma il miracolo più grande non è la cessazione del vento. Il vero miracolo è ciò che nasce nel cuore dei discepoli. Prima credevano di vedere un fantasma; ora si prostrano e confessano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». La tempesta ha rivelato loro il volto di Cristo. Prima lo conoscevano come maestro e operatore di prodigi; adesso riconoscono in lui il Signore che domina il mare e salva dalla morte.

Forse il Signore sta permettendo una tempesta nella tua vita perché tu possa conoscerlo in una maniera nuova. Non soltanto per sentito dire, non soltanto perché qualcuno ti ha parlato di lui, ma perché tu possa sperimentare personalmente la sua mano che ti afferra. Il cristianesimo non è anzitutto uno sforzo per essere migliori. È l’annuncio di un avvenimento: Cristo è morto ed è risorto per te. È vivo, viene nella tua notte e ti dice: «Coraggio, sono io, non avere paura».

Non avere paura della tua debolezza. Non avere paura neppure se hai già cominciato ad affondare. Grida al Signore. Egli non si scandalizza della tua poca fede e non ritira la sua mano. Lasciati afferrare da Cristo. La morte non avrà l’ultima parola, il peccato non avrà l’ultima parola, il fallimento non avrà l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che viene verso di te sulle acque e apre, nel cuore stesso della tua notte, una strada verso l’altra riva.